La vergogna: l'emozione che ci vorrebbe invisibili - Psicologo Prato Iglis Innocenti

La vergogna: l’emozione che ci vorrebbe invisibili

Persona che si copre il volto con le mani: la vergogna è l'emozione che ci spinge a volerci nascondere allo sguardo degli altri
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C’è un’esperienza che tutti conosciamo e di cui quasi nessuno parla. È quel calore improvviso che sale al viso quando veniamo colti in fallo, è il desiderio fisico di scomparire, di sprofondare, di non essere visti, oppure la sensazione, per qualche secondo insopportabile, che qualcosa di sbagliato in noi sia stato messo a nudo davanti agli altri. Si chiama vergogna, ed è probabilmente l’emozione più nascosta dell’intero repertorio umano, nascosta per definizione, perché la sua natura stessa è il bisogno di sottrarsi allo sguardo.

Vergogna e senso di colpa: due emozioni diverse

La differenza tra vergogna e senso di colpa sta nel loro oggetto. Il senso di colpa riguarda un’azione e dice: «Ho fatto una cosa sbagliata.» La vergogna riguarda l’identità e dice: «Io sono sbagliato.» Per questo la colpa è riparabile (posso scusarmi e rimediare) mentre la vergogna, colpendo ciò che siamo e non ciò che facciamo, è più difficile da portare e spinge a nascondersi invece che a riparare.

Questa differenza non è un sofisticismo da manuale. Chi vive prevalentemente nella colpa tende ad agire: chiede scusa, ripara, si attiva per sistemare le cose. Chi vive prevalentemente nella vergogna tende a nascondersi: si ritira, evita, tace, perché esporsi significherebbe esporre il proprio difetto. È la ragione per cui la vergogna, a differenza della colpa, raramente porta a comportamenti riparativi, e molto più spesso conduce all’isolamento.

A cosa serve la vergogna

Eppure la vergogna, all’origine, ha una funzione. Come tutte le emozioni che ci accompagnano da sempre, è nata per servire qualcosa. Siamo animali sociali, costruiti per vivere in gruppo, e per i nostri antenati l’esclusione dal gruppo significava la morte. La vergogna è la sentinella che sorveglia la nostra appartenenza. C avverte quando rischiamo di violare le regole della comunità, quando un nostro comportamento potrebbe farci espellere dal branco. Quel desiderio di scomparire, in origine, era un meccanismo di sopravvivenza, un modo per rendersi piccoli, sottomettersi, segnalare agli altri che abbiamo riconosciuto il nostro errore e che meritiamo di restare. La vergogna, in dose misurata, è ciò che ci rende capaci di vita sociale: senza un minimo di questa emozione non avremmo pudore, né rispetto, né la sensibilità verso lo sguardo altrui che ci permette di stare insieme.

Quando diventa tossica

Il problema nasce quando la sentinella impazzisce. Quando la vergogna, da segnale occasionale, diventa una lente permanente attraverso cui la persona guarda sé stessa. È la vergogna che gli studiosi chiamano tossica, o cronica: non più la reazione a un singolo episodio, ma una condizione di fondo, la convinzione radicata di essere fondamentalmente difettosi, indegni, non amabili. Chi la porta non si vergogna di ciò che fa — si vergogna di esistere così com’è.

Da dove nasce la vergogna cronica

Questa forma di vergogna affonda quasi sempre le radici lontano, nella storia di sviluppo della persona. Un bambino non nasce vergognandosi di sé. Lo impara, quando il messaggio che riceve dalle figure di accudimento non è “hai fatto una cosa sbagliata” ma “tu sei sbagliato”. Una critica che colpisce l’essere invece del comportamento, ripetuta nel tempo, si deposita. Lo sguardo di disprezzo, l’umiliazione, il confronto svalutante con un fratello o un compagno, l’amore reso condizionato alla prestazione, sono tutte esperienze che insegnano al bambino una lezione che porterà per anni: che il suo valore è in discussione, che c’è qualcosa in lui che va nascosto. Da adulto, quella persona avrà introiettato lo sguardo critico, e non avrà più bisogno di nessuno che la giudichi: il giudice vive ormai dentro di lei, e lavora a tempo pieno.

Le maschere della vergogna: perfezionismo, rabbia, isolamento

La vergogna cronica si traveste, ed è uno dei motivi per cui è tanto difficile da riconoscere. Talvolta indossa la maschera del perfezionismo: se divento impeccabile, nessuno scoprirà il mio difetto. Talvolta quella della rabbia: poiché sentirsi esposti è intollerabile, si attacca prima di essere attaccati, e si trasforma il bruciore della vergogna nel fuoco più sopportabile dell’aggressività. In altri casi si nasconde dietro il ritiro sociale, la difficoltà a chiedere aiuto, l’incapacità di accettare un complimento, la tendenza a scusarsi di continuo persino per la propria presenza. E con grande frequenza si lega alla depressione, all’ansia sociale, alle dipendenze (perché una sostanza, un comportamento compulsivo, possono diventare l’anestesia provvisoria di un dolore dell’identità che altrimenti sarebbe insostenibile).

C’è un paradosso, al cuore di questa emozione, che ne spiega la forza e indica anche la via d’uscita. La vergogna prospera nel segreto. Si nutre del silenzio, dell’isolamento, della convinzione di essere i soli a sentirsi così difettosi. Finché resta chiusa dentro, cresce perché nessuno può smentire la sua sentenza. Ma quando viene messa in parola, quando viene raccontata a qualcuno che ascolta senza giudicare e senza ritirarsi, accade qualcosa di inatteso: la vergogna perde forza. Scoprire che si può dire il proprio peggio, e che l’altro non scappa, è l’esperienza che incrina la convinzione fondante (se mi vedessero davvero, mi rifiuterebbero). L’altro ha visto, e non ha rifiutato. La sentenza, per la prima volta, vacilla.

Come si affronta in psicoterapia

È esattamente questo il lavoro che come psicoterapeuta a Prato faccio con la vergogna. Prima di tutto non eliminare la vergogna (sarebbe né possibile né desiderabile, perché nella sua forma sana ci serve!). L’obiettivo è trasformare il rapporto con essa: distinguere ciò che ho fatto da ciò che sono, riconoscere la voce del giudice interiore e rintracciarne l’origine, scoprire che quella sentenza di indegnità non è una verità su di sé, ma una vecchia lezione appresa quando non si avevano gli strumenti per metterla in discussione. La relazione terapeutica, in fondo, funziona proprio perché offre quell’esperienza rara: uno sguardo che accoglie ciò che la persona ha sempre creduto inaccoglibile.

Imparare a stare con la propria vergogna senza esserne governati è una delle conquiste più liberanti di un percorso di cura. Non significa diventare sfrontati, né perdere il pudore. Significa smettere di vivere in apnea sotto lo sguardo immaginario di un giudice, e scoprire che si può essere visti — con i propri limiti, le proprie cadute, le proprie zone d’ombra — e restare, comunque, degni di stare nel mondo.