Disturbo ossessivo-compulsivo: la malattia del dubbio - Psicologo Prato Iglis Innocenti

Disturbo ossessivo-compulsivo: la malattia del dubbio

Mano sulla maniglia di una porta: il controllo ripetuto è una compulsione tipica del disturbo ossessivo-compulsivo
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Mai giudicare il proprio disturbo ossessivo-compulsivo

Il disturbo ossessivo-compulsivo (detto DOC) è uno di quei problemi di cui le persone non parlano, perché provano vergogna per i pensieri intrusivi e le azioni compulsive che sentono il dovere di fare al di fuori della loro intenzione.

Non stiamo parlando di qualcosa di misterioso (possessioni, personalità multipla, alieni!!!). Stiamo parlando un problema reale, che esiste, e di cui soffrono moltissime persone.

Come psicoterapeuta a Prato ho lavorato moltissimo con questo tipo di problema, e ogni volta sento forte il peso della battaglia che le persone combattono quotidianamente.
Ma cosa c’è di vergognoso realmente in tutto ciò? Proviamo a capire bene. Ma soprattutto partiamo da un dato fondamentale per comprendere questo disturbo: mai giudicare quello che si pensa o si fa! Non siamo noi!

Cogito ergo controllo e ricontrollo e ricontrollo

Ha chiuso la porta a chiave. Lo sa. Ha sentito lo scatto, ha abbassato la maniglia per verificare, ha contato fino a tre. È sceso in strada. E sul marciapiede, già, comincia il tarlo: e se non l’avessi chiusa davvero? E se quel ricordo fosse di ieri, non di adesso? Risale. Controlla. Riscende. Per qualche minuto sta meglio. Poi il dubbio torna, identico, come se i controlli precedenti non fossero mai accaduti.

Chi non convive con il disturbo ossessivo-compulsivo tende a immaginarlo come un’eccentricità simpatica: l’amore per l’ordine, la fissazione per la simmetria, le matite allineate sul tavolo. «Sono un po’ ossessivo-compulsivo», si dice, intendendo «sono preciso, sono pignolo». È un equivoco, e non innocuo: banalizza una delle condizioni più dolorose e invalidanti della psicopatologia. Perché il DOC non ha a che fare con l’ordine, bensì è una malattia del dubbio.

Il meccanismo, una volta compreso, ha una sua logica spietata. Tutto comincia con un’ossessione: un pensiero, un’immagine, un impulso che si presenta alla mente senza invito, e che la persona vive come estraneo e intollerabile. Non è il pensiero affettuoso che si prova per chi si ama, quella è un’altra cosa, e il linguaggio comune confonde i due usi della parola. L’ossessione del DOC è “egodistonica”, parolaccia che significa semplicemente che chi la subisce non la vuole, la combatte, ne ha orrore. E se avessi lasciato il gas acceso? Magari questa macchia mi ha contaminato? E se, in un lampo, facessi del male a mio figlio?

Da quel pensiero nasce un’angoscia acuta. E per spegnerla, la persona compie un atto: la compulsione. Controllare la serratura. Lavarsi le mani fino a screpolarle. Ripetere una formula mentale, toccare un oggetto un numero preciso di volte, chiedere rassicurazione. La compulsione, nell’immediato, funziona: l’angoscia cala.

Il circolo vizioso

Ed è proprio qui che si chiude la trappola: perché il cervello impara. Registra che il controllo ha fatto sparire la paura, e la volta successiva, davanti allo stesso dubbio, chiede di nuovo quel controllo. È un meccanismo di rinforzo negativo, lo stesso che la psicologia dell’apprendimento conosce da un secolo: un comportamento che elimina uno stato spiacevole tende a ripetersi. Solo che il sollievo è di breve durata, e il dubbio torna sempre, ogni volta un po’ più esigente. La compulsione che doveva liberare diventa una prigione con sbarre costruite dalla persona stessa.

C’è una ragione profonda per cui questo circolo non si chiude mai da solo: la certezza assoluta che il soggetto cerca non esiste. Nessun controllo può garantire al cento per cento che la porta sia chiusa, le mani pulite, quel pensiero privo di significato. La mente umana lavora sempre con un margine di incertezza, e nella vita ordinaria quel margine è tollerabile: chiudo la porta, vado via, non ci penso più. Nel DOC quel margine diventa insopportabile, e la persona tenta di colmarlo con un’azione che, per definizione, non potrà mai bastare.

Sul piano cerebrale, gli studi di neuroimmagine descrivono un’iperattività in un circuito che collega la corteccia alle strutture profonde, un sistema coinvolto, tra l’altro, nella segnalazione dell’errore. È come se il cervello continuasse a inviare il messaggio “qualcosa non va, ripara” anche dopo che la riparazione è avvenuta. Il segnale d’errore non si spegne.

Da un punto di vista anatomico è stato dimostrato che nei pazienti con DOC si ha una maggiore attivazione della corteccia orbito-frontale sinistra e del nucleo caudato bilaterale, che si associa ad una sovrastima delle conseguenze negative di una determinata azione, che sarebbe alla base dei pensieri ossessivi. Inoltre, la corteccia cingolata anteriore presenta un’attività accentuata nei pazienti con DOC e, di conseguenza, favorisce una maggiore interpretazione della verificabilità di conseguenze negative alla quale è associata una risposta ansiosa, sottesa dall’attivazione del sistema limbico.

Ossessioni aggressive

Una parola va spesa su una delle forme più sommerse e più sofferte del disturbo: le ossessioni a contenuto aggressivo, sessuale o blasfemo. La persona è assalita dall’immagine di fare del male a chi ama, o da pensieri che la atterriscono per il loro contenuto, e ne deduce di essere un mostro. È un fraintendimento crudele. I pensieri intrusivi attraversano la mente di tutti. Ma la differenza, nel DOC, non sta nel pensiero, ma nel terrore che gli si attribuisce e nella lotta disperata per scacciarlo. Proprio quella lotta dà al pensiero il suo potere. Chi teme i propri pensieri è, quasi sempre, l’esatto contrario di ciò che teme di essere.

Il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo

Il trattamento più efficace, documentato da una vasta letteratura, si chiama esposizione con prevenzione della risposta. In termini semplici: la persona impara, accompagnata dal terapeuta, a esporsi all’ossessione senza eseguire la compulsione. A restare nel dubbio senza chiuderlo. All’inizio l’angoscia sale — e poi, lasciata a sé, scende da sola, perché nessuna emozione può durare all’infinito. Il cervello fa una scoperta che cambia tutto: non era necessario controllare. La paura passa comunque. Nei casi più gravi, il percorso può essere sostenuto da una terapia farmacologica.

Guarire dal DOC, in fondo, non significa raggiungere la certezza che la persona ha sempre inseguito. Significa qualcosa di più difficile e più libero: imparare a vivere senza di essa. Smettere di pretendere dalla mente una garanzia che la mente non può dare, e scoprire che il dubbio — quello stesso dubbio che sembrava una minaccia mortale — si può lasciare aperto. Si può uscire di casa senza risalire le scale.