Solitudine: perché fa male e come uscirne | Dr. Iglis Innocenti

Solitudine: quando sentirsi soli fa male (e perché a Natale pesa di più)

Finestra illuminata con luci di Natale sfocate: la solitudine nelle feste può pesare di più
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Le vetrine si accendono, le chat di famiglia si riempiono di programmi, le pubblicità mostrano tavole lunghissime e case piene di gente. Per molti è l’inizio del periodo più bello dell’anno. Per altri è l’inizio di un periodo difficile, in cui la propria solitudine diventa più evidente che mai: chi vive lontano dalla famiglia, chi si è separato da poco, chi ha perso una persona cara, chi semplicemente non ha nessuno con cui sentirsi davvero a casa.

La solitudine è una delle esperienze umane più comuni e, allo stesso tempo, una di quelle di cui si parla meno. Ci si vergogna di dire “mi sento solo”, come se fosse un fallimento personale. Eppure la ricerca degli ultimi anni ci dice che la solitudine non è solo uno stato d’animo, ma un problema di salute pubblica, con effetti misurabili sul corpo e sulla mente. In questo articolo spiego che cos’è la solitudine, perché fa male, perché le feste la rendono più pesante e che cosa si può fare per uscirne.

Che cos’è la solitudine?

La solitudine è l’esperienza dolorosa che nasce dalla distanza tra le relazioni che desideriamo e quelle che abbiamo davvero. Non dipende dal numero di persone che frequentiamo, ma dalla qualità dei legami: si può essere circondati da amici e colleghi e sentirsi soli, oppure vivere da soli e sentirsi profondamente in contatto con gli altri.

Per questo gli studiosi distinguono la solitudine dall’isolamento sociale. L’isolamento è una condizione oggettiva: avere pochi contatti, vedere raramente qualcuno. La solitudine è un vissuto soggettivo: sentire che i rapporti che si hanno non bastano, non sono abbastanza profondi, non ci fanno sentire visti e capiti. Le due cose vanno spesso insieme, ma non sempre.

C’è poi una terza parola, che in italiano rischia di confondersi con le altre: lo stare da soli per scelta. Il bisogno di silenzio, di tempo per sé, di una passeggiata in solitaria è sano e prezioso. Il problema non è stare soli, ma sentirsi soli senza volerlo.

Quanto è diffusa la solitudine?

Secondo il rapporto della Commissione sulla connessione sociale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato nel giugno 2025, la solitudine riguarda circa una persona su sei nel mondo. Contrariamente a quanto si pensa, non colpisce soprattutto gli anziani: tra i ragazzi e i giovani adulti dai 13 ai 29 anni dice di sentirsi solo una percentuale compresa tra il 17 e il 21 per cento, con i valori più alti negli adolescenti. L’isolamento sociale, invece, riguarda fino a un anziano su tre.

È un dato che sorprende solo in apparenza. I giovani di oggi sono iperconnessi, ma molte delle loro relazioni passano da uno schermo, e il confronto continuo con le vite degli altri sui social può aumentare la sensazione di esserne esclusi. Nei casi più estremi il ritiro diventa totale, come nel fenomeno degli hikikomori, i ragazzi che si chiudono nella propria stanza per mesi o anni.

Perché la solitudine fa male alla salute?

La solitudine fa male alla salute perché il nostro organismo la vive come una minaccia. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, solitudine e isolamento sociale aumentano il rischio di ictus, malattie cardiache, diabete, declino cognitivo e morte prematura, e le persone sole hanno una probabilità doppia di sviluppare una depressione. L’OMS stima che la solitudine sia collegata a oltre 871.000 morti ogni anno, circa cento ogni ora.

Già nel 2010 una meta-analisi su 148 studi, con oltre 300.000 partecipanti, aveva mostrato che le persone con relazioni sociali più solide hanno il 50 per cento di probabilità in più di sopravvivere nel periodo osservato rispetto a chi ha legami più deboli. Un effetto paragonabile a quello di fattori di rischio molto più noti, come il fumo o la sedentarietà.

Dal punto di vista evolutivo ha senso. Per millenni essere separati dal gruppo ha significato pericolo. Così la solitudine funziona come la fame o la sete: un segnale di allarme che ci spinge a cercare gli altri. Quando però l’allarme resta acceso a lungo, il corpo resta in uno stato di stress cronico, il sonno peggiora, il sistema immunitario si indebolisce e la mente diventa più vulnerabile all’ansia e alla depressione.

Perché ci si sente soli anche in mezzo agli altri?

Ci si sente soli in mezzo agli altri quando le relazioni restano in superficie: si parla di lavoro, di impegni, di cose da fare, ma non di ciò che si prova davvero. È una solitudine molto diffusa nelle coppie in crisi, nelle famiglie in cui non si comunica, tra i colleghi di lavoro, nei gruppi di amici in cui ci si vede spesso ma non ci si confida mai.

C’è anche un meccanismo psicologico che peggiora le cose. Chi si sente solo da molto tempo tende a diventare più sensibile ai segnali di rifiuto: interpreta un messaggio senza risposta come disinteresse, un silenzio come un giudizio, un invito mancato come una conferma di non contare. Questa ipervigilanza porta a proteggersi, a ritirarsi, a evitare il rischio di essere delusi. Così la solitudine si autoalimenta. Quando la paura del giudizio degli altri è molto forte, a volte dietro la solitudine c’è una vera e propria ansia sociale.

Perché la solitudine a Natale pesa di più?

La solitudine a Natale pesa di più perché le feste mettono in scena un ideale di calore, famiglia e condivisione con cui è inevitabile confrontarsi. Durante il resto dell’anno la solitudine può restare sullo sfondo; a dicembre, invece, tutto intorno ricorda ciò che manca.

Le persone più esposte sono:

  • chi vive lontano dalla propria famiglia, per lavoro o per studio;
  • chi si è separato o divorziato da poco, soprattutto nel primo Natale “diviso”;
  • chi ha perso una persona cara, per cui le feste riaccendono l’assenza;
  • gli anziani che vivono soli o hanno pochi contatti;
  • chi ha rapporti difficili o interrotti con la famiglia d’origine;
  • chi si prende cura da solo di un familiare malato.

A questo si aggiungono i social, dove nelle settimane delle feste tutti sembrano felici, in compagnia, intorno a tavole perfette. È un confronto falsato, ma efficace nel far sentire sbagliati. Ne avevo già parlato in un articolo sul Natale e sulle emozioni contrastanti che porta con sé: non tutti lo vivono come una festa, ed è normale.

Come superare la solitudine?

Superare la solitudine non significa riempire l’agenda di impegni, ma ricostruire legami che abbiano valore. Le ricerche sugli interventi contro la solitudine mostrano che funzionano meglio quelli che lavorano anche sul modo in cui pensiamo agli altri e a noi stessi (la paura del rifiuto, le aspettative negative), non solo quelli che moltiplicano le occasioni di incontro.

Alcuni passi concreti che possono aiutare:

  • riprendere contatto con una persona con cui si è perso il filo, anche solo con un messaggio;
  • scegliere attività che si ripetono nel tempo (un corso, un coro, un’associazione, una squadra), perché i legami nascono dalla frequenza;
  • fare volontariato, che unisce il contatto con gli altri al senso di essere utili;
  • ridurre il tempo passato a scorrere i social e trasformarne una parte in chiamate o incontri veri;
  • prestare attenzione ai pensieri automatici (“non interesso a nessuno”, “disturbo”), chiedendosi se sono fatti o interpretazioni;
  • per le feste, programmare in anticipo almeno un momento di compagnia, invece di aspettare un invito.

Sono passi piccoli, e all’inizio possono costare fatica. È normale: dopo un lungo periodo di solitudine, il contatto con gli altri può sembrare rischioso. Va affrontato un passo alla volta.

Quando rivolgersi a uno psicologo per la solitudine?

La solitudine non è una malattia, ma può diventare il terreno su cui crescono ansia e depressione. Conviene rivolgersi a uno psicologo quando la sensazione di essere soli dura da mesi, quando si accompagna a tristezza persistente, insonnia, perdita di interesse per ciò che prima piaceva, o quando la paura del giudizio impedisce di avvicinarsi agli altri. Lo stesso vale quando dietro la solitudine c’è un evento preciso, come una separazione, un lutto o un trasferimento, che fatica a essere elaborato.

La psicoterapia aiuta a capire che cosa alimenta la solitudine, a modificare le aspettative negative sulle relazioni e a ritrovare il coraggio di cercare gli altri. Chi vive a Prato o nei dintorni e si riconosce in questa descrizione può fissare un primo appuntamento: chiedere aiuto è già un primo modo per non restare soli.

Domande frequenti sulla solitudine

La solitudine è una malattia?

No, la solitudine non è una diagnosi. È un’esperienza umana normale, che però, se dura a lungo, aumenta il rischio di depressione, ansia e problemi di salute fisica.

Perché mi sento solo anche se ho tante persone intorno?

Perché la solitudine dipende dalla qualità dei legami, non dal loro numero. Ci si sente soli quando nessuno conosce davvero ciò che si prova, anche se le giornate sono piene di persone.

Come passare il Natale da soli senza stare male?

Decidendo in anticipo come trascorrere quei giorni, invece di subirli: un momento con qualcuno, anche breve, un’attività che piace, magari un’occasione di volontariato. E limitando i social nei giorni più delicati.

Dr. Iglis Innocenti

Psicologo-Psicoterapeuta             

Dottorato di ricerca (Ph.D.) in Cognitive and Neurological Sciences

Albo degli Psicologi della Toscana n°3776