Lobi frontali e il caso di Phineas Gage - Psicologo Prato Iglis Innocenti

Lobi frontali e il caso di Phineas Gage

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I lobi frontali sono la parte che meglio rappresenta l’elevata raffinatezza del comportamento umano. Non solo essi sono infatti l’ultima conquista dell’evoluzione del sistema nervoso, ma è solamente negli esseri umani che essi raggiungono uno sviluppo così pronunciato. I lobi frontali sono fondamentali ai fini di tutti i comportamenti di ordine superiore diretti a nuovo scopo. Fra questi, l’identificazione dell’obiettivo, la progettazione e l’ideazione di piani per raggiungerlo etc.

Il funzionamento dei lobi frontali permette di affrancare l’organismo da repertori rigidi e reazioni fisse, consentendo l’immaginazione, la rappresentazione mentale di alternative. Sul grande palcoscenico della vita sinaptica, i lobi frontali sono il direttore d’orchestra che armonizza le prestazioni delle migliaia di strumenti cerebrali.

Lo strano caso di Phineas Gage

Il caso di Phineas Gage fu documentato per la prima volta dal dottor John Harlow 20 anni dopo i fatti che lo videro fra i protagonisti (1848, 1868). Ad oggi rappresenta uno dei casi più interessanti della moderna Neuropsicologia.

Nel settembre del 1848, Gage stava lavorando alla posa dei binari delle ferrovie come caposquadra. Durante la preparazione di una carica di esplosivo, quest’ultima brillò incidentalmente. Ciò causò la penetrazione dei lobi frontali da parte di una barra di ferro di 60 cm. Essa penetrò appena sotto l’occhio sinistro ed uscì dalla parte superiore del cranio, distruggendo, lungo il percorso, gran parte della regione ventromediale (chiamata anche regione orbitofrontale) della corteccia prefrontale (Damasio, 1994).

Quali effetti può determinare una lesione del genere?

Sebbene avesse conservato l’intelligenza e la capacità di muoversi, di parlare e vedere, Gage andò incontro ad altri profondi cambiamenti della personalità. Divenne impaziente e rude, facile alla rabbia e agli accessi d’ira. Ignorava i buoni consigli che gli amici e i medici cercavano di dargli per il suo bene, respingendoli con parole sgarbate e irriverenti. Non era più capace di seguire un piano d’azione coerente e snocciolava un flusso continuo di idee che scartava quasi nello stesso istante in cui le esprimeva. Ben presto fu licenziato dall’impresa ferroviaria. Agli occhi di chi l’aveva conosciuto prima, “non era più Gage”.

 

Lobi frontali e comportamento violento

Quello di Gage è stato solo il primo caso largamente documentato in cui venisse evidenziata con chiarezza una connessione tra razionalità menomata e uno specifico danno cerebrale. Ma sicuramente non fu l’unico. Infatti, sue controparti moderne sono state osservate ed analizzate lungo tutto il corso del secolo passato, specialmente negli ultimi venti anni, riportando spesso osservazioni simili a quelle rilevate dal caso di Gage.

Lo stretto rapporto tra danni alla corteccia prefrontale e vita affettiva venne sottolineato da Karl Kleist (1934) che produsse una voluminosa ricerca in cui egli esaminò centinaia di casi di persone che, nel corso della I° guerra mondiale, erano state vittime di danni, dovuti alla penetrazione di corpi estranei nel tessuto cerebrale.

Oggi è oramai assodato che una lesione alla regione ventromediale della corteccia prefrontale provochi particolari conseguenze nel soggetto. Queste conseguenze non hanno niente a che fare con gli “strumenti” della mente che solitamente vengono vagliati negli ambulatori di neuropsicologia (attenzione, memoria, percezione, linguaggio). Infatti, a seguito di suddette lesioni, una parte di sé del soggetto, forse la parte più intima del proprio Io, viene distrutta per sempre.

 

Studi e ricerche sui lobi frontali e personalità

Antonio Damasio, neurologo e ricercatore presso l’Università della Iowa, ha condotto molti studi su pazienti con sopravvenute menomazioni del ragionamento e della decisione (Damasio, 1995). In particolare, il paziente E.V.R. ha rivelato molto sul ruolo giocato dalla corteccia orbitofrontale nel funzionamento emotivo e comportamentale dell’uomo. Prima del suo meningioma orbitofrontale, E.V.R. era un professionista di successo, con una vita familiare ed affettiva del tutto normale. Tuttavia, successivamente all’operazione, il suo comportamento sociale peggiorò profondamente. Non soltanto affrontò due divorzi, ma andò incontro anche a disastrose avventure economiche che lo portarono lentamente alla bancarotta. Insomma, un moderno Phineas Gage!

Questo caso ha suggerito il termine “sociopatia acquisita” con cui Damasio tentava di riconoscere quegli individui che, in seguito a lesione della corteccia orbitofrontale, soddisfacevano i criteri diagnostici del DSM-III per il disturbo sociopatico.

Questi casi mettono in luce il ruolo giocato dalle emozioni (in particolar modo quelle definite da Damasio secondarie) per l’esplicarsi di una personalità perfettamente razionale. Inoltre, sottolineano l’importanza della corteccia orbitofrontale nel fornire il substrato neuronale affinché tale processo avvenga. Ciò a dimostrazione del fatto che nel cervello umano vi è un settore (le cortecce prefrontali ventromediane) la cui lesione compromette sia il versante ragionamento/decisione sia quello emozione/sentimento, soprattutto nel dominio personale e sociale.