La vergogna: un’emozione muta - Psicologo Prato Iglis Innocenti

La vergogna: un’emozione muta

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È importante capire la vergogna, distinguendola dalla colpa. Facciamo un esempio.

Andrea, dopo molti mesi di terapia con me, mi disse qualcosa che aveva tenuto per sé per trentacinque anni. Ci mise quasi un’ora a dirla. I primi trenta minuti furono fatti di silenzi lunghi e frasi cominciate e abbandonate. Quando finalmente la disse, rimasi stupito. Infatti, non si riferiva a qualcosa di obiettivamente grave, né qualcosa che potesse suscitare sgomento o allarme. Era qualcosa che, raccontato a chiunque altro, avrebbe suscitato un’alzata di spalle.

Ed era esattamente per quello che gli aveva pesato così tanto.

Andrea (il nome è di fantasia, come sempre quando in queste pagine racconto qualcosa che nasce dal mio studio) è un dirigente di circa quarant’anni, arrivato da me un anno prima per quello che chiamava “un blocco con le donne”. Era stato sposato per nove anni. Dopo il divorzio, due relazioni brevi, entrambe interrotte da lui nel momento in cui le cose si erano fatte più intime. «Non so cosa mi prende», diceva. «È come se a un certo punto dovessi andarmene.»

La colpa parla, la vergogna tace

Nella percezione comune, colpa e vergogna sono spesso usate come sinonimi. Mi sento in colpa per quello che ho fatto. Mi vergogno di quello che ho fatto. La differenza appare sfumata, una questione di accento.

Per la psicologia clinica, ma in particolare per le tradizioni di studio che hanno indagato queste emozioni a partire dagli anni Settanta, colpa e vergogna sono invece due esperienze distinte, con architetture interne molto diverse.

La colpa riguarda quello che abbiamo fatto. È un’emozione focalizzata sull’azione: ho ferito qualcuno, ho mancato a una promessa, ho infranto una regola che riconoscevo come mia. È un’emozione faticosa, certo, ma comunicabile, proprio perché ha un oggetto definito. Si può dire: «mi sento in colpa per averti detto quella cosa l’altra sera». Si può chiedere scusa. Si può, in alcuni casi, riparare.

La vergogna è un’altra creatura. Non riguarda quello che abbiamo fatto. Riguarda quello che, in quel momento ai nostri stessi occhi, abbiamo l’impressione di essere. Non «ho fatto qualcosa di sbagliato», ma «io sono sbagliato». La vergogna non si concentra sull’azione: si concentra sull’identità.

Helen Block Lewis, una delle psicologhe che hanno fondato lo studio moderno di queste emozioni, ha distinto fra guilt (la colpa) e shame (la vergogna) mostrando una differenza che la ricerca successiva (fra cui i lavori di June Tangney) ha confermato sistematicamente: la colpa orienta verso l’altro, verso la riparazione. La vergogna orienta verso il sé, ma in modo paralizzante.

La colpa spinge ad agire. La vergogna spinge a sparire.

Le strategie del nascondimento

Proprio perché tocca chi siamo e non cosa abbiamo fatto, la vergogna non si racconta. Non si confessa a un amico, non si scrive in un diario, spesso non si nomina nemmeno a sé stessi. La persona che la prova non pensa «ho qualcosa da chiarire»: pensa «c’è qualcosa in me che, se gli altri lo vedessero, mi farebbe perdere il loro affetto, la loro stima, il loro posto al loro tavolo».

E quindi nasconde.

Le strategie di copertura sono molte, e in genere passano sotto un’altra apparenza. C’è chi nasconde dietro una corazza di competenza professionale: lavora il doppio degli altri, ottiene risultati misurabili, perché finché il proprio valore è dimostrato ogni giorno, nessuno avrà il tempo di guardare dentro. C’è chi nasconde dietro l’ironia: una battuta veloce, un’autoderisione preventiva, che disinnesca lo sguardo altrui prima che possa farsi serio. C’è chi nasconde dietro l’evitamento dell’intimità (la propria specialemente!): si esce con qualcuno, ma fino a un certo punto. Si entra in una stanza, ma mai del tutto.

Il costo di queste strategie è alto. Non perché siano sbagliate: si potrebbe dire, anzi, che siano soluzioni intelligenti che la persona ha trovato per sopravvivere a un sentimento che le sembrava insostenibile. Sono alte perché impediscono, esattamente, ciò che la persona dichiara di volere: essere vista, essere amata, essere riconosciuta. Non si può essere visti davvero da chiusi dentro una corazza. Anche se la corazza è impeccabile.

Il cappellino strappato

Andrea aveva sofferto di alopecia areata fra i dieci e i tredici anni. Una condizione visibile, non grave: chiazze prive di capelli sul cuoio capelluto. La curarono, e da adolescente i capelli erano tornati. Da adulto non se ne vedeva più traccia: aveva una capigliatura folta, leggermente brizzolata sulle tempie, di cui altre persone (ironia delle ironie) gli facevano i complimenti.

In quella seduta di marzo riuscì a raccontarmi un episodio del giorno in cui aveva tredici anni. Durante una lezione di educazione fisica, un compagno gli aveva strappato il cappellino che teneva sempre in testa. Le chiazze erano rimaste esposte per qualche secondo a tutta la classe. Avevano riso, e lui era rimasto immobile, a guardare il cappellino sul pavimento, senza riuscire a chinarsi a raccoglierlo.

Per trentacinque anni nessuno aveva saputo che quell’episodio era accaduto, e che lui — in un luogo della propria mente — non se ne era mai veramente alzato. La sua vita pubblica era andata splendidamente. La sua vita affettiva, quella in cui un’altra persona avrebbe dovuto vederlo davvero, no.

«Ho sempre avuto la sensazione», mi disse, «che se qualcuno mi guardasse davvero, vedrebbe le chiazze. Anche se non ci sono più.»

Era vergogna. Pura. La forma più antica e silenziosa che avesse abitato la sua vita.

Quando la vergogna (l’emozione) trova parole

C’è qualcosa di paradossale, e di clinicamente rilevante, nel rapporto fra vergogna e linguaggio. La vergogna è fatta in larga parte di silenzio, ma diminuisce solo quando trova parole. Non parole grandi, non parole risolutive. Parole semplici, dette in uno spazio in cui non vengano accolte con un’alzata di spalle frettolosa («ma figurati!», «ma è una sciocchezza») e nemmeno con una reazione amplificata («mio Dio, che cosa terribile»). Parole che vengano semplicemente ascoltate, e tenute lì, accanto.

Questa è una delle cose più sottili che si imparano a fare in psicoterapia: non sminuire la vergogna del paziente per amore di consolarlo, né drammatizzarla per dargli ragione. Fare in modo, semplicemente, che una volta detta possa restare nella stanza senza distruggere niente.

Quando Andrea finì di raccontare la scena della palestra, restammo qualche minuto in silenzio. Non gli dissi che non era niente, in quanto sarebbe stata una bugia, per lui non era stato niente. Non gli dissi che era stato terribile, dato che non sarebbe stato utile, e non sarebbe stato nemmeno del tutto vero. Gli dissi soltanto che gli ero grato di quella confidenza, e che lì, in quel momento, nessuno stava ridendo.

Lui annuì, lentamente. Un piccolo passo. Ma il primo, dopo trentacinque anni, fuori da quel pomeriggio di palestra.