Le stesse relazioni con persone diverse - Psicologo Prato Iglis Innocenti

Le stesse relazioni con persone diverse

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Perché nelle relazioni tendiamo a riconoscere quello che già conosciamo

«Ma è completamente diverso da Marco», mi ripeteva Elena nelle prime sedute. «Non c’entra niente. Lavora in un altro campo, viene da un’altra città, è più giovane. Insomma, non è affatto come lui.»

Mi stava dicendo la verità. Almeno sulla carta.

Elena (il nome è di fantasia, come sempre quando in queste pagine racconto qualcosa che nasce dal mio studio) è un’avvocata di trentott’anni. Si era separata da Marco, suo marito da dieci anni, dopo un percorso lungo e doloroso. Aveva trascorso un anno in solitudine, poi aveva incontrato Stefano. E ora, in seduta, mi raccontava i primi mesi della nuova relazione.

Stefano non rispondeva ai messaggi per ore. Spariva nei weekend perché «aveva bisogno dei suoi spazi». Era «molto preso dal lavoro», anche la sera o la domenica. Quando Elena gli chiedeva di parlare di loro, lui sorrideva e cambiava discorso con grazia.

Esattamente come Marco. Per altri motivi. Ma esattamente come Marco.

L’amore non è un’emozione, è una grammatica

C’è un’idea romantica (spesso alimentata in parti uguali dalla letteratura, dal cinema e dalle nostre stesse esperienze adolescenziali) secondo cui ci si innamora “a pelle”. Una sensazione viscerale, immediata, che precede la ragione e la ridicolizza. L’ho sentito subito. Era diverso dagli altri. Non saprei spiegare cosa, ma c’era qualcosa. 

Quel “qualcosa” non è misterioso quanto pretendiamo che sia.

Le ricerche sull’attaccamento adulto — partite dagli studi di John Bowlby e Mary Ainsworth, e proseguite oggi attraverso modelli sofisticati come il Dynamic Maturational Model di Patricia Crittenden — mostrano che il sistema affettivo dell’adulto si costruisce, nei primi anni di vita, su un canovaccio relazionale molto preciso. Quel canovaccio si forma a partire dalle prime esperienze con le figure di accudimento. Non è una scelta. Non è nemmeno un ricordo nel senso ordinario del termine. È una grammatica: una struttura sotto le parole, che decide quali combinazioni affettive ci «suonano» giuste e quali no (a tal proposito, leggi questo mio post).

Quando, da adulti, incontriamo qualcuno, il nostro sistema affettivo non si chiede in primo luogo quanto è buono questo per me? Si chiede, in modo molto più rapido e sottocorticale: lo riconosco?

L’innamoramento, in molti casi, non è la scoperta dell’altro. È un atto di riconoscimento.

Quando «chimica» significa allarme conosciuto

Il riconoscimento è, in apparenza, un meccanismo neutro: ci conduce verso le atmosfere affettive che abbiamo già abitato. Una persona cresciuta in una famiglia calda e prevedibile riconoscerà come «amore» quella stessa atmosfera, e tenderà a sceglierla nelle relazioni. Una persona cresciuta in un legame ambivalente — caldo a tratti, distratto in altri, sempre da rincorrere — riconoscerà come «amore» proprio quello stato emotivo lì. La rincorsa, l’attesa, la sottile incertezza saranno elementi presenti nelle future relazioni.

Ed è qui che si annida una delle scoperte cliniche più dolorose che mi capita di restituire ai miei pazienti: la calma di una relazione affidabile, per chi ha imparato l’amore altrove, non viene letta come amore. Viene letta come noia. La presenza costante di un partner attento non genera attivazione: genera disorientamento, e a volte un sottile fastidio. Non scatta la chimica.

«Chimica» è spesso una parola onesta usata per descrivere qualcosa di disonesto: il riconoscimento, da parte del nostro sistema nervoso, di un allarme già conosciuto.

Il padre alla finestra

Per arrivare a questo, con Elena, ci sono voluti diversi mesi. All’inizio sosteneva di non avere alcuna «responsabilità» nella scelta di Stefano: lui le era sembrato disponibile, presente, attento. Solo lavorando insieme su come si era sentita nei primissimi appuntamenti (su quale parola le veniva spontaneo usare per descrivere la sensazione che provava) è emerso quello che lei stessa, non io, ha chiamato la mia caccia.

Stefano, nelle prime settimane, era stato leggermente distante. Niente di drammatico: solo abbastanza distante da farle desiderare di ottenerlo. Ed era stato proprio quel desiderio — quella tensione fine, quel piccolo brivido dell’attesa — che lei aveva interpretato come «scintilla».

Non era scintilla. Era il riconoscimento, da parte del suo organismo, di un copione che conosceva da quando era una bambina che aspettava il padre alla finestra. Suo padre era un commerciante, viaggiava per lavoro, tornava il sabato, quasi sempre (non sempre!). Quando arrivava, era una festa; ma quando non arrivava, c’era una telefonata “distratta” da una città lontana, e una madre che cercava di non far pesare nulla.

Niente di drammatico, neppure lì. Solo un amore intermittente, diciamo da rincorrere.

Quel ritmo era diventato, per Elena, la forma dell’amore. L’unica che il suo organismo, anni dopo, avrebbe saputo riconoscere come tale.

Una lingua nuova

C’è una buona notizia, e ha un margine di realismo che vale la pena di mantenere. La grammatica dell’attaccamento, una volta riconosciuta, smette in parte di esercitare il proprio dominio silenzioso nelle relazioni. Non scompare: questo sarebbe troppo facile, e i terapeuti che promettono la cancellazione di un imprinting affettivo precoce stanno vendendo qualcosa che non hanno. Ma diventa visibile. E ciò che è visibile può, lentamente, essere scelto invece che subìto.

Si tratta letteralmente di imparare una lingua nuova. Una lingua in cui la presenza non si traduce in noia, in cui la calma non si scambia per assenza di sentimento, in cui la disponibilità di chi ci sta accanto non viene sospettata come trappola o come blandizia. Per chi è cresciuto in un’altra grammatica, questa è una lingua straniera. La si impara, quando la si impara, con la stessa fatica e gli stessi inciampi di una lingua adulta.

Elena, l’ultima volta che ne abbiamo parlato, mi ha raccontato di aver incontrato un uomo che le scriveva quando le diceva che le avrebbe scritto. Che la chiamava il giorno dopo l’appuntamento, che la guardava negli occhi quando le parlava.

«Mi sembra strano», mi ha detto. «Però sto provando a starci dentro.»

Era la cosa più sana che le avessi mai sentito dire.