Attacchi di panico: l'allarme che scatta senza incendio - Psicologo Prato Iglis Innocenti

Attacchi di panico: l’allarme che scatta senza incendio

Folla in movimento alla stazione, prospettiva dall'alto: uno dei luoghi tipici in cui può scatenarsi un attacco di panico
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Cosa succede durante un attacco di panico

Gli attacchi di panico sono come dei “pop up” che sgusciano via da qualche parte del nostro corpo, in una situazione del tutto inaspettata, e sentiamo di non riuscire a farci niente!

Succede al supermercato, mentre si sceglie una scatola di pasta. Succede in treno, in coda, alla guida verso casa. A volte succede di notte, nel pieno del sonno, e ci si sveglia convinti che stia per accadere qualcosa di terribile. Solo che intorno non c’è niente di terribile. Il cuore batte come se stesse per esplodere. Il respiro non basta. Le gambe non sentono il pavimento. La mente offre l’unica spiegazione che sembra possibile: sto morendo, sto impazzendo, sta succedendo qualcosa di gravissimo.

E invece, dieci minuti dopo, tutto è finito. Il corpo torna alla sua misura. Non c’è una causa. Non c’è una diagnosi medica. Non c’è niente che spieghi.

Quello che è successo si chiama attacco di panico, ed è una delle esperienze più studiate e più fraintese della clinica contemporanea. È anche, contrariamente all’impressione di chi lo vive, una manifestazione perfettamente comprensibile del modo in cui il cervello umano è fatto.

Perché il cervello attiva l’allarme senza pericolo reale

Il punto di partenza è una semplice constatazione: gli attacchi di panico non sono un malfunzionamento del sistema della paura. È il sistema della paura che funziona alla perfezione, applicato a un bersaglio sbagliato. L’amigdala (la struttura cerebrale che lavora come centralina d’allarme) non distingue se la minaccia è un’auto che sta per investirci o una palpitazione anomala letta come segnale di infarto. Decide in millisecondi, attiva l’asse dello stress, scarica adrenalina e cortisolo, prepara il corpo a combattere o a fuggire. Tutto ciò che in un pericolo reale ci salverebbe (accelerazione cardiaca, iperventilazione, tensione muscolare, restringimento del campo visivo) diventa, in assenza di minaccia, l’attacco stesso.

Qui nasce il paradosso che rende il panico così temibile. Quando un’auto sterza all’ultimo, l’adrenalina ha un oggetto: l’auto. Quando il pericolo è reale, il corpo fa il suo lavoro e poi si placa. Nel panico, invece, il pericolo è dentro. Le sensazioni stesse (il battito accelerato, la difficoltà a respirare, il senso di irrealtà) diventano il pericolo a cui l’amigdala risponde. È un cortocircuito. La risposta si autoalimenta. Più il corpo si attiva, più la mente legge l’attivazione come prova che qualcosa di terribile sta succedendo. Più la mente lo crede, più il corpo si attiva.

La paura della paura: il circolo vizioso

Questo cortocircuito spiega anche perché un primo attacco basta spesso a generare un disturbo. Chi lo ha vissuto comincia a temere il prossimo. La paura della paura, secondo una formula clinica, porta a un’ipervigilanza interna: ogni palpitazione viene esaminata, ogni capogiro interrogato, ogni sensazione che si discosti dal solito letta come l’inizio di qualcosa. Il corpo, sotto questo sguardo costante, finisce per offrire materiale in abbondanza. E così, in molti casi, l’attacco torna. Da lì nascono le condotte di evitamento: non prendere più la metropolitana, non guidare in autostrada, non allontanarsi da casa. Queste restringono progressivamente la vita di chi soffre, fino a quadri di agorafobia conclamata.

Si può morire o impazzire per gli attacchi di panico?

Vale la pena dire con chiarezza una cosa che in studio risulta sempre rassicurante, perché smentisce la convinzione più diffusa: gli attacchi di panico, in sé, non sono pericolosi. Non si muore di panico, e non si impazzisce. Non si perde il controllo nel senso in cui chi lo teme intende l’espressione. Il sistema che ha attivato l’allarme è lo stesso che lo spegnerà, perché il corpo non può sostenere quel livello di attivazione oltre un certo tempo. Le sensazioni passano. Sempre.

Come si curano gli attacchi di panico

Sul piano del trattamento, le evidenze sono solide. La psicoterapia cognitivo-comportamentale, in particolare nella sua componente di esposizione enterocettiva è oggi il riferimento principale, con risultati documentati in centinaia di studi clinici. Il lavoro consiste nell’aiutare la persona a smettere di interpretare la propria attivazione fisiologica come catastrofica, e a riconoscere che ciò che sente (pur sgradevole) non è ciò che teme. Nei casi in cui gli attacchi sono frequenti o invalidanti, una valutazione farmacologica può accompagnare il percorso, e la combinazione spesso accelera la risoluzione.

Ciò che la psicoterapia restituisce a chi ha sofferto di panico non è soltanto l’assenza degli attacchi. È un’altra relazione con il proprio corpo. Un corpo che non si guarda più come un imputato in tribunale, in attesa di prove a carico, ma come ciò che è: l’organismo che ci tiene in vita, dotato di un sistema d’allarme talvolta troppo zelante, e perfettibile.

In fondo è da qui che si comincia a guarire. Non smettendo di sentire le cose (il battito, il respiro, il vortice di una giornata difficile) ma imparando a sentirle senza più tradurle nella stessa frase: sto per morire. Quella frase, una volta capita, perde forza. E quando perde forza, anche l’allarme smette di suonare.