Capita più spesso di quanto si pensi. Una persona racconta di un episodio dell’infanzia con i dettagli precisi, le emozioni, persino l’odore della stanza. Poi la madre, ascoltando, scuote la testa: «Quella cosa non è mai successa.» Non è un equivoco. Il ricordo c’è, è vivido, è suo. Ma è falso.
In studio, e nelle aule di tribunale dove lavoro come consulente, questa fenomenologia non è un’eccezione: è una delle scoperte più solide e più scomode della psicologia cognitiva degli ultimi cinquant’anni. La memoria non funziona come pensavamo. Non è un archivio. Non è una registrazione. È un processo ricostruttivo che, ogni volta che richiama un ricordo, lo riscrive.
Memoria e falsi ricordi in laboratorio
L’idea della memoria come un magazzino di filmati conservati intatti — pronti da riprodurre — è una rappresentazione popolare che la neuroscienza ha smentito da decenni (vedi questo mio post). Eppure resiste, perché rassicura. Ammettere che il proprio passato è in parte una costruzione del proprio presente significa accettare di essere meno padroni di sé di quanto si pensi.
Negli anni Novanta, la psicologa Elizabeth Loftus mostrò sperimentalmente qualcosa che cambiò il volto della psicologia forense: bastava suggerire a un soggetto adulto di essersi perso al centro commerciale da bambino — un evento mai accaduto — perché in molti casi, a distanza di settimane, quel soggetto «ricordasse» la scena. Con dettagli inventati di sana pianta. Con emozioni autentiche. La memoria autobiografica si lasciava plasmare da una semplice domanda ripetuta.
Da allora gli studi si sono moltiplicati, e il quadro oggi è consolidato. Ogni volta che richiamiamo un evento, lo estraiamo da una rete neurale distribuita — corteccia prefrontale, ippocampo, regioni associative — e lo ricostruiamo. In quel momento il ricordo è fragile, modificabile. Una conversazione, un’immagine vista per caso, una domanda posta con insistenza possono inserirsi nella ricostruzione e fissarsi. Quando il ricordo si «riconsoliderà», sarà tornato in memoria con quei dettagli nuovi. Il cervello, semplicemente, non distinguerà più la fonte.
Falsi ricordi fuori dal laboratoio
Questo meccanismo ha conseguenze enormi, e non solo nelle aule di giustizia. Spiega le interminabili discussioni familiari su «com’è andata davvero» quella cena di dieci anni fa. Aiuta a capire come due persone, in coppia, possano vivere la stessa scena e ricordarla in modi incompatibili senza che nessuno dei due stia mentendo. Rende plausibile anche il cosiddetto «effetto Mandela» (quella curiosa convinzione collettiva di ricordare eventi mai accaduti, come un funerale televisivo di Nelson Mandela negli anni Ottanta) che mostra come ricordi falsi possano diventare condivisi, propagandosi attraverso il discorso sociale.
Sul piano forense, la posta in gioco è ancora più alta. Una testimonianza oculare può apparire sicura nei dettagli e sincera nelle intenzioni, e tuttavia essere costruita su una traccia mnestica contaminata dagli interrogatori successivi all’evento. È uno dei motivi per cui l’ascolto del testimone, e in particolare del minore, è oggi regolato da protocolli precisi: ogni domanda suggestiva è una potenziale interferenza che si sedimenta nel ricordo come uno strato nuovo, indistinguibile dall’originale.
Ci possiamo quindi fidare della nostra memoria?
C’è però una conclusione che mi pare importante e che si tende a non trarre. Scoprire che la memoria è ricostruttiva non significa che la memoria sia inaffidabile. La maggior parte di ciò che ricordiamo è abbastanza vicina a ciò che è accaduto da permetterci di vivere senza inciampare e di voler bene alle persone giuste. Significa, però, che la fiducia nella memoria deve essere informata. Più un ricordo è vivido, più ci sembra vero. E più ci sembra vero, meno siamo disposti a metterlo in discussione. Questa è la trappola: l’intensità emotiva di un ricordo non è una prova della sua accuratezza. È solo una prova del fatto che il cervello lo considera importante.
Da questa consapevolezza nasce una pratica utile, dentro e fuori dalla psicoterapia. Quando un ricordo torna con particolare forza (un torto subito, una scena dell’infanzia, una frase detta da qualcuno di importante) vale la pena chiedersi: è il ricordo dell’evento, o è il ricordo del ricordo? Cosa di quella scena è documentabile, e cosa si è aggiunto nelle ricostruzioni successive? Non per smentire il proprio passato, ma per abitarlo con un po’ più di libertà.
In fondo è questo, il regalo nascosto dei falsi ricordi: ricordano che il passato non è una pietra, e che la storia personale, oltre che ereditata, viene continuamente riscritta. La domanda interessante non è solo «cosa è successo davvero», è anche «perché ricordo così, e a cosa serve».
Se l’argomento vi interessa, alcuni anni fa ho pubblicato un libro sull’argomento: “Neuroscienze Forensi della memoria”. A questa pagina potrete trovare qualche informazione.
