Alla fine della giornata, dopo aver scrollato per la decima volta il telefono (Kiev, Teheran, Palestina, i mercati, una guerra che si allarga, un’inflazione che non passa) molti dei miei pazienti mi portano in studio la stessa cosa: un’ansia e una stanchezza che non viene dal lavoro, un’inquietudine che non si lascia spiegare. Non hanno perso nulla di concreto, eppure sentono di essere sotto attacco. E non sanno da dove.
Quello che descrivono è uno stato che la clinica conosce bene, ma che in questa stagione storica si manifesta con una frequenza inedita. È l’ansia nella sua forma più sfuggente, che non “indossa” un volto preciso, che non ha un confine identificabile o un nemico nominabile.
Paura o ansia?
Vale la pena ricordare una distinzione che la psicologia clinica eredita da una lunga tradizione, e che la neurobiologia ha confermato: paura e ansia non sono la stessa cosa. La paura ha un oggetto. C’è un cane che ringhia, un’auto che inchioda, una scadenza che si avvicina. Il corpo risponde, brucia adrenalina, agisce, poi si placa. L’ansia funziona diversamente. È diffusa, si muove in cerca di un oggetto, e non si esaurisce, perché nessuna azione può chiuderla.
Ansia da “Ucraina e Medio Oriente”
Le notizie che arrivano dall’Ucraina, dal Medio Oriente, dai listini economici hanno proprio questa caratteristica: sono reali, molto gravi, ma sono fuori dalla portata di chi le riceve. Il cervello, tuttavia, non è fatto per distinguere ciò che minaccia il corpo da ciò che minaccia il senso del mondo. L’amigdala si accende comunque. Il cortisolo sale comunque. E sale a fuoco lento, giorno dopo giorno, senza la curva di discesa che il corpo richiede per ripararsi.
Qui si gioca uno dei meccanismi più studiati della psicopatologia contemporanea: l’intolleranza dell’incertezza. È la difficoltà (solitamente radicata in tratti di personalità, ma non per questo immodificabile) a stare nell’ambiguità di un futuro che non promette nulla. Più il mondo si fa imprevedibile, più la mente tenta di prevederlo. Costruisce scenari, oppure anticipa catastrofi scorrendo le notizie come si scorre una mappa di guerra. E tutto questo non lo fa per informarsi, bensì per illudersi di avere in mano qualcosa.
Il controllo
È un’illusione costosa. Il cervello che pensa di proteggersi controllando, in realtà si logora. Gli studi sulla cosiddetta traumatizzazione vicaria mediata dai media mostrano che l’esposizione cronica a contenuti di minaccia, anche quando la minaccia è lontana, produce alterazioni misurabili nel tono dell’umore, nella qualità del sonno, e una concentrazione che si sbriciola. Non è fragilità: è la biologia che fa il suo mestiere.
Cosa fare, allora?
La prima cosa è una distinzione che sembra banale ma che in studio risulta sempre liberatoria: separare ciò su cui si può agire da ciò su cui non si può. Una guerra a duemila chilometri non è nelle mie mani, come lo è, invece, una telefonata a un amico che sta male. Una manovra economica internazionale non risponde alla mia ansia, un’ora di sonno in più, sì. Restringere il campo della propria azione non è ritirarsi dal mondo, ma è restituire alla mente il suo spazio operativo, quello in cui le cose si possono ancora muovere.
La seconda riguarda la “dieta informativa”. Oggi si parla di “infodemia” (vedi questo mio post). Non eliminare le notizie, che sarebbe una fuga e produrrebbe altra ansia, bensì sceglierle. Decidere quando, quanto, da quali fonti. Tra leggere un’analisi approfondita una volta al giorno e scorrere titoli ansiogeni venti volte, la differenza non è cognitiva: è neurochimica.
La terza è meno tecnica e più antica: tollerare. Tollerare significa stare nell’incertezza senza riempirla. Significa accettare che il futuro non si lascia controllare, e che l’impotenza di fronte a certi eventi non è un fallimento personale ma una condizione umana. La psicoterapia, in questi mesi, lavora spesso esattamente qui: non per togliere l’ansia, ma per insegnare alla persona a non spaventarsi della propria ansia, e a non cercare nella vigilanza una soluzione che la vigilanza non può dare.
Come psicoterapeuta a Prato, in una città così lontano (fortunatamente) dai teatri bellici di cui sopra, mi vengono raccontante molte storie, che, a ben guardare, parlano tutte di questo. Della fatica di vivere in un tempo che non promette nulla. E della scoperta, quando arriva, che si può stare in piedi anche senza promesse, purché si smetta di chiederle al mondo sbagliato.
