Perché ripetiamo sempre gli stessi errori nelle relazioni - Psicologo Prato Iglis Innocenti

Perché ripetiamo sempre gli stessi errori nelle relazioni

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Perché commettiamo gli stessi errori nelle relazioni? C’è una scena che mi è capitato di incontrare molte volte, nel mio lavoro di psicoterapeuta a Prato. Una persona siede di fronte a me, racconta la fine di una relazione, e a un certo punto si ferma. Abbassa un po’ lo sguardo, poi dice: «Ma come è possibile? Praticamente ho fatto gli stessi errori di prima. Come ho fatto a non vederlo?»

La domanda non è retorica. E’ una domanda che fa male. E merita una risposta vera.

La mente non parte da zero

Quando nasciamo, non siamo lavagne bianche. Siamo esseri che dipendono completamente da chi si prende cura di noi, siamo dipendenti nel senso più fisico del termine: per sopravvivere. Quello che impariamo nei primissimi anni di vita non è un insieme di nozioni. È qualcosa di più radicale: impariamo cosa aspettarci dagli altri. Se il mondo è un posto sicuro o minaccioso. Se le persone rimangono o scompaiono. Se il nostro bisogno di vicinanza viene accolto oppure respinto, oppure — cosa più sottile — accolto solo a certe condizioni.

Questi apprendimenti si depositano in una struttura che in psicologia chiamiamo modello operativo interno: una mappa relazionale che portiamo con noi nell’età adulta. Non è una mappa consapevole, che possiamo aprire e consultare a nostro piacimento. Agisce sotto la soglia dell’attenzione, orientando i nostri comportamenti, le nostre aspettative, i nostri movimenti verso gli altri. Spesso senza che ce ne accorgiamo.

La familiarità non è lo stesso della sicurezza

Ecco il punto che cambia tutto: il cervello umano non cerca necessariamente ciò che è bene per lui. Cerca ciò che conosce. La familiarità — anche quella di una dinamica dolorosa — genera una forma di comfort paradossale. Non perché siamo masochisti, o perché amiamo soffrire. Ma perché ciò che è noto è prevedibile, e il prevedibile — anche quando fa male — è meno spaventoso dell’ignoto.

Chi ha imparato da bambino che l’amore arriva sempre con una componente di abbandono, di freddezza, di imprevedibilità, tende da adulto a gravitare verso relazioni che replicano quella struttura. Non lo sceglie consapevolmente. Lo riconosce. Come si riconosce una melodia sentita mille volte: qualcosa dentro si allinea, si orienta, dice questo mi è familiare.

Il problema è che familiare e sano non sono sinonimi.

Il corpo ricorda prima della testa

Le neuroscienze degli ultimi vent’anni hanno aggiunto un tassello prezioso a questa comprensione. Le memorie emotive non si archiviano come i ricordi espliciti — non sono storie che possiamo raccontare. Si archiviano come risposte del corpo: una stretta allo stomaco, un respiro che si blocca, la tensione che sale nelle spalle. Quando incontriamo qualcuno che attiva quella stessa risposta, il cervello interpreta quel segnale come riconoscimento. Come attrazione.

È per questo che a volte l’intensità emotiva che proviamo all’inizio di una relazione — quell’elettricità, quella calamita — non è un buon indicatore della salute di quello che stiamo costruendo. Può essere semplicemente il segnale che quella persona ci è familiare, nel senso più profondo: riattiva qualcosa che abbiamo già vissuto.

Cambiare è possibile, ma richiede consapevolezza

La buona notizia — e non è una buona notizia di circostanza — è che la mappa non è il territorio. Quella struttura interna che orienta le nostre scelte relazionali non è immutabile. Il cervello adulto mantiene una capacità di riorganizzarsi che per molto tempo la scienza ha sottovalutato. Non è un percorso rapido, e non è indolore. Ma è possibile.

Il primo passo, quasi sempre, è portare nella coscienza ciò che fino ad allora ha agito nell’ombra. Riconoscere il pattern non lo dissolve automaticamente — ma lo rende visibile. E ciò che è visibile può essere interrogato, può essere messo in discussione, può essere gradualmente modificato.

La psicoterapia lavora esattamente qui: non per cancellare la storia di una persona, ma per aiutarla a leggere quella mappa con occhi più lucidi. Per capire da dove viene, cosa ha servito una volta — e cosa, oggi, non serve più.

La domanda «come ho fatto a non vederlo?» ha una risposta. Non era un difetto di intelligenza, né di carattere. Era una mappa che faceva il suo lavoro — quello per cui era stata costruita, in un tempo lontano, in un contesto diverso.

Riconoscerlo è già, in sé, un inizio.