Anginofobia: quando anche un sorso fa paura - Psicologo Prato Iglis Innocenti

Anginofobia: quando anche un sorso fa paura

Bicchieri d'acqua rovesciati: chi soffre di anginofobia tiene l'acqua a portata di mano per la paura di soffocare deglutendo
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A tavola, c’è chi taglia il cibo in pezzi sempre più piccoli. Mastica a lungo, oltre il necessario. Tiene il bicchiere d’acqua a portata di mano, come un’ancora. Sceglie il brodo al posto della pasta che pure amava, evita la carne, il pane, tutto ciò che oppone resistenza. E quando può, mangia soltanto in presenza di una persona fidata, ovvero qualcuno che, in caso di bisogno, saprebbe cosa fare. Agli occhi degli altri è un commensale lento, magari un po’ difficile. Dentro, invece, sta combattendo: a ogni boccone, l’idea che possa essere quello andato di traverso, quello fatale.

Questo è il volto dell’anginofobia, una sofferenza meno rara di quanto si creda e quasi sempre vissuta in silenzio.

Se hai paura di soffocare quando mangi o deglutisci, e gli esami medici non hanno trovato cause fisiche, potresti soffrire di anginofobia.

Cos’è l’anginofobia (e perché il nome inganna)

Il nome inganna, e vale la pena chiarirlo subito. Anginofobia non significa paura dell’angina pectoris, il dolore al petto di origine cardiaca. Il termine viene dal latino angere, che vuol dire stringere, soffocare (è la stessa radice di “angoscia”). Designa una fobia specifica: la paura intensa e sproporzionata di deglutire, per il timore di soffocare. Cibo solido, liquidi, una pasticca, in certi casi perfino la propria saliva: tutto diventa una minaccia potenziale, qualcosa che potrebbe ostruire la gola e togliere il respiro.

Anginofobia o disfagia? Una distinzione fondamentale

C’è una distinzione che fonda tutto il resto, e che conviene fissare con chiarezza: l’anginofobia non è disfagia. La disfagia è una reale difficoltà fisica a deglutire, prodotta da una causa organica, ovvero un problema neurologico, muscolare, una patologia dell’esofago o della faringe. Nell’anginofobia, invece, il meccanismo della deglutizione funziona perfettamente. La gola fa il suo lavoro. Ciò che non funziona è il rapporto della persona con quel gesto. Per questo, di fronte a un sintomo del genere, il primo passo è sempre medico: occorre escludere una causa fisica reale. Solo quando gli accertamenti dicono che il corpo è sano, diventa chiaro che il problema non è la deglutizione, bensì è la paura della deglutizione.

Il meccanismo: come la paura costruisce sé stessa

E qui entra in gioco un meccanismo che chi soffre di altri disturbi d’ansia riconoscerà, perché è lo stesso. La persona, terrorizzata all’idea di soffocare, mette in atto comportamenti protettivi: mastica all’infinito, beve a piccoli sorsi, sminuzza, evita certi alimenti, controlla ogni movimento della gola. Questi gesti, sul momento, riducono l’ansia, ma al contempo, proprio per questo, si fissano. Il cervello impara che il controllo ha allontanato il pericolo, e la volta dopo lo pretende di nuovo. È la stessa trappola del rinforzo che governa il panico e le ossessioni: il sollievo è immediato ma effimero, e ogni comportamento protettivo rende il successivo più necessario.

C’è poi un paradosso crudele, tipico di questa fobia. La deglutizione è un atto automatico: lo compiamo migliaia di volte al giorno senza accorgercene. Nel momento in cui diventa oggetto di attenzione vigile, però, l’automatismo si inceppa. Più la persona sorveglia la propria gola, più la deglutizione si fa goffa, faticosa, esitante, e quella difficoltà, prodotta dalla paura stessa, viene letta come conferma che il pericolo è reale. Il timore costruisce la prova di sé.

Quando la tavola diventa un campo minato

Da qui parte una spirale che restringe progressivamente la vita. All’inizio si eliminano i cibi più temuti; poi quelli appena meno sicuri; poi si preferiscono i liquidi, i passati, le consistenze morbide. Mangiare fuori casa diventa impossibile, perché il ristorante è il luogo dove non si controlla nulla. Le cene con gli amici si diradano, gli inviti si declinano. La tavola, che per la maggior parte delle persone è convivialità e piacere, si trasforma in un campo minato presidiato dall’angoscia. Nei casi più gravi compaiono perdita di peso, carenze nutrizionali, e un isolamento che alimenta a sua volta tristezza e depressione. Il cibo, da nutrimento, diventa nemico.

Da dove nasce la paura di deglutire

Da dove nasce tutto questo? Spesso c’è un evento all’origine. Un boccone andato davvero di traverso, un momento di vero soffocamento che ha lasciato un’impronta indelebile. A volte basta avervi assistito, proprio perché vedere un altro soffocare può bastare a installare la paura. In altri casi l’anginofobia cresce su un terreno già ansioso, in persone abituate a monitorare il proprio corpo, a temere ogni sensazione interna, a non fidarsi del funzionamento automatico dell’organismo. Quando lo stimolo temuto si presenta, la reazione di allarme può prendere la forma di un vero attacco di panico: cuore in corsa, fiato corto, vertigini, la sensazione imminente di una catastrofe. E l’allarme, una volta innescato, insegna a temere il momento successivo in cui si dovrà mangiare.

Come si cura l’anginofobia

La buona notizia è che l’anginofobia si tratta con buoni risultati. La psicoterapia cognitivo-comportamentale, attraverso l’esposizione graduale e guidata alle situazioni temute, aiuta la persona a riavvicinarsi al cibo senza i comportamenti protettivi, e a riscoprire per esperienza diretta ciò che la paura le aveva fatto dimenticare: che la sua gola funziona, che deglutire è sicuro. Quando alla radice c’è un evento traumatico, tecniche come l’EMDR permettono di rielaborarlo, sciogliendo il nodo da cui la fobia si è formata. Nei quadri più intensi, una valutazione farmacologica può accompagnare il percorso. Il filo conduttore del trattamento è sempre lo stesso: smettere di sorvegliare ciò che il corpo sa già fare da solo.

Guarire, in fondo, significa restituire un gesto alla sua naturalezza. Tornare a sedersi a tavola senza contare i bocconi, senza misurare i sorsi, senza cercare con lo sguardo chi potrebbe soccorrerci. Significa che un pranzo torna a essere un pranzo e che la gola, lasciata in pace, ricomincia a fare in silenzio ciò che ha sempre saputo fare.

Se in queste righe avete riconosciuto voi stessi o qualcuno a cui tenete, sappiate che non si tratta di capricci né di mancanza di volontà, e che chiedere aiuto a uno psicologo è la via più breve per uscirne. La paura di deglutire, per quanto totalizzante possa sembrare, è una delle fobie che rispondono meglio quando vengono affrontate con gli strumenti giusti.