La self-disclosure in psicoterapia: quando il terapeuta si racconta - Psicologo Prato Iglis Innocenti

La self-disclosure in psicoterapia: quando il terapeuta si racconta

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Nel linguaggio della psicologia clinica, il termine self-disclosure indica l’atto con cui il terapeuta condivide volontariamente informazioni personali con il paziente. Non si tratta di una semplice confidenza, né tantomeno di uno sfogo: è un intervento clinico a tutti gli effetti, che può avere effetti profondi sul processo terapeutico se usato con consapevolezza — e conseguenze controproducenti se agito in modo impulsivo o narcisistico.

Negli ultimi decenni, questo tema ha suscitato un acceso dibattito teorico. Se gli approcci più classici, in particolare quello psicoanalitico ortodosso, hanno storicamente privilegiato la neutralità e l’astinenza del terapeuta, i modelli contemporanei — relazionali, umanistici e costruttivisti — hanno progressivamente rivalutato il ruolo della soggettività del clinico come strumento di lavoro. In questo contesto, la self-disclosure non è più vista come una “caduta di setting”, ma come una possibile leva terapeutica.

Che cos’è davvero la self-disclosure (e che cosa non è)

È importante chiarire subito un punto: non ogni rivelazione personale del terapeuta è self-disclosure clinicamente utile. Raccontare dettagli della propria vita privata senza una chiara intenzionalità terapeutica rischia di spostare il focus dalla sofferenza del paziente ai bisogni del professionista.

La self-disclosure, per essere tale, deve rispettare almeno tre criteri fondamentali:

  1. Intenzionalità clinica: la condivisione deve essere funzionale agli obiettivi terapeutici del paziente.

  2. Continenza: l’informazione condivisa è limitata, pertinente e proporzionata.

  3. Responsabilità: il terapeuta resta responsabile dell’effetto che la rivelazione può avere sul paziente e sulla relazione.

In altre parole, non si tratta di “raccontarsi”, ma di usare un frammento di sé come strumento relazionale.

Perché può essere utile la self-disclosure

Quando utilizzata in modo accurato, la self-disclosure può avere diversi effetti positivi:

  • Umanizzare il terapeuta, riducendo vissuti di idealizzazione o distanza eccessiva.

  • Normalizzare l’esperienza emotiva del paziente, soprattutto in presenza di vergogna o auto-critica intensa.

  • Rafforzare l’alleanza terapeutica, trasmettendo autenticità e presenza.

  • Favorire il rischio emotivo del paziente, che può sentirsi più legittimato ad aprirsi.

Tuttavia, questi effetti non sono automatici. Dipendono dal momento, dal tipo di paziente, dalla fase della terapia e dalla qualità della relazione.

I rischi da non sottovalutare

Questa esposizione, però, non è priva di rischi. Può:

  • Confondere i confini se il paziente inizia a sentirsi responsabile del benessere del terapeuta.

  • Alimentare dinamiche di dipendenza o compiacimento.

  • Spostare l’attenzione dalla narrazione del paziente a quella del clinico.

  • Essere usata inconsciamente per regolare l’ansia o il bisogno di validazione del terapeuta.

Per questo motivo, ogni self-disclosure dovrebbe essere seguita da una domanda implicita (o esplicita): che effetto ha avuto sul paziente? Tornare sempre all’esperienza dell’altro è ciò che distingue un intervento clinico da una semplice confidenza.

Conclusioni

La self-disclosure non è né buona né cattiva in sé. È uno strumento potente, e come tale richiede competenza, riflessività e una solida etica professionale. Usata con parsimonia e intenzionalità, può favorire autenticità, contatto e cambiamento. Usata senza consapevolezza, rischia di diventare un atto autoreferenziale.

In fondo, la domanda guida non è “Posso raccontare qualcosa di me?”, ma “A chi serve, in questo momento, ciò che sto per dire?”. Quando la risposta è davvero “al paziente”, la self-disclosure può trasformarsi da semplice parola a esperienza terapeutica viva.