Per capire cosa è (o non è) un attacco di panico, prova ad immaginare quanto segue. Immagina di essere seduto al tavolo di un bar, a sorseggiare un caffè come ogni mattina. Niente di strano, niente di minaccioso. Poi, all’improvviso, il cuore comincia a battere forte — troppo forte. Le mani sudano, il respiro si fa corto e affannoso. Una sensazione opprimente ti stringe il petto. Hai la certezza, lucida e terrificante, che stai per morire.
Non stai per morire. Stai vivendo un attacco di panico.
Cos’è, davvero, un attacco di panico?
L’attacco di panico è uno degli episodi più angoscianti che una persona possa sperimentare, proprio perché arriva spesso senza un motivo apparente e con una violenza fisica che sembra reale quanto qualsiasi malattia organica.
Dal punto di vista clinico, si tratta di un’improvvisa ondata di paura o disagio intenso che raggiunge il suo picco nel giro di pochi minuti. Durante l’episodio possono comparire alcuni tra questi sintomi:
- Palpitazioni o tachicardia
- Sensazione di soffocamento o mancanza d’aria
- Dolore o fastidio al petto
- Nausea o disturbi addominali
- Vertigini, senso di instabilità o svenimento
- Brividi o vampate di calore
- Formicolio o intorpidimento agli arti
- Derealizzazione (la sensazione che il mondo intorno sia irreale)
- Depersonalizzazione (la sensazione di essere estranei a sé stessi)
- Paura di perdere il controllo o di “impazzire”
- Paura di morire
Per fare una diagnosi di attacco di panico è sufficiente che siano presenti almeno quattro di questi sintomi, con esordio brusco e picco entro dieci minuti.
Perché succede? Il meccanismo dell’allarme
Per capire un attacco di panico bisogna fare un piccolo passo indietro, fino alle radici evolutive del nostro sistema nervoso.
Il nostro cervello è dotato di un sofisticatissimo sistema di allerta, governato dall’amigdala, una struttura cerebrale che ha il compito di rilevare le minacce e attivare la risposta di attacco o fuga. Quando percepiamo un pericolo reale — un’auto che arriva a forte velocità, un predatore — il cervello inonda il corpo di adrenalina: il cuore accelera per pompare sangue ai muscoli, il respiro si fa rapido per ossigenare i tessuti, i sensi si acuiscono.
Tutto questo, in presenza di un pericolo reale, è prezioso e salva la vita.
Nel caso del panico, però, questo sistema si attiva in assenza di un pericolo oggettivo. L’allarme scatta lo stesso, con la stessa intensità, ma non c’è nulla da combattere o da cui fuggire. Il corpo vive una tempesta fisiologica reale — e la mente, nel tentativo di dare un senso a quello che sta accadendo, interpreta i sintomi fisici come segnali di pericolo imminente, alimentando un circolo vizioso: mi sento male → devo essere in pericolo → mi spavento ancora di più → mi sento ancora peggio.
Un racconto dalla stanza di terapia per attacco di panico
Marco aveva trentadue anni quando è arrivato al mio studio. Lavorava in un open space affollato, e aveva buoni rapporti con i colleghi, con una relazione stabile in corso. Non riusciva a spiegare perché, circa tre mesi prima, si fosse alzato dalla scrivania con il cuore in gola e la certezza assoluta di avere un infarto. Era uscito di corsa, era andato al pronto soccorso. Gli avevano detto che stava benissimo.
«Da allora non riesco più a stare tranquillo in ufficio. Ogni volta che sento il cuore battere un po’ più forte, aspetto che succeda di nuovo. E alla fine succede sempre.»
Quello che Marco descriveva con precisione era l’ansia anticipatoria: la paura dell’attacco che diventa essa stessa il terreno fertile per l’attacco successivo. Aveva imparato, senza volerlo, a sorvegliare costantemente il proprio corpo (e quella sorveglianza ipervigile amplificava ogni piccolo segnale fisiologico fino a trasformarlo in una minaccia).
Il lavoro terapeutico con Marco ha previsto, tra le altre cose, la psicoeducazione sul funzionamento del panico, tecniche di regolazione del respiro, e un graduale lavoro di riesposizione alle situazioni temute. In pochi mesi, Marco è tornato a stare seduto alla sua scrivania, e quando il cuore accelerava, sapeva già cosa stava succedendo, e che sarebbe passato.
Cosa fare (e cosa non fare) durante un attacco di panico
Se ti trovi nel mezzo di un attacco di panico, o se sei vicino a qualcuno che lo sta vivendo, queste indicazioni possono aiutare:
Cosa fare:
- Ricorda a te stesso che stai vivendo un attacco di panico, non una emergenza medica. Passerà.
- Cerca di rallentare il respiro: inspira lentamente dal naso (4 secondi), trattieni (2 secondi), espira dalla bocca (6 secondi).
- Non combatterlo: paradossalmente, più si cerca di bloccare il panico, più si alimenta. Lascia che i sintomi “scorrano”.
- Sta sul presente: nomina mentalmente cinque cose che puoi vedere, quattro che puoi toccare, tre che puoi sentire.
Cosa non fare:
- Non fuggire immediatamente dalla situazione: il sollievo immediato rinforza l’evitamento e, nel lungo periodo, alimenta il disturbo.
- Non iperventilare: il respiro rapido e superficiale peggiora i sintomi fisici.
- Non isolarsi per vergogna: il panico è diffusissimo e non è un segno di debolezza.
Quando chiedere aiuto: psicoterapia a Prato
Un attacco di panico isolato, per quanto spaventoso, non configura necessariamente un disturbo. Il problema nasce quando gli attacchi si ripetono, quando si sviluppa una forte ansia anticipatoria, e quando si inizia a modificare la propria vita per evitare le situazioni associate agli episodi — un meccanismo che può portare, nel tempo, all’agorafobia.
Se ti riconosci in questo schema, rivolgersi a uno psicoterapeuta è il passo più efficace che puoi fare. La psicoterapia ha dimostrato risultati molto solidi nel trattamento del disturbo di panico. In alcuni casi, su indicazione del medico, può essere utile anche un supporto farmacologico.
Il messaggio più importante che voglio lasciarti è questo: il panico si impara, e si può disimparare. Non sei in pericolo. Il tuo cervello ha suonato un falso allarme. E puoi imparare, di nuovo, a fidarti del tuo corpo.
Se hai bisogno, io sono qui.
