Nel linguaggio della psicologia clinica, il termine self-disclosure indica l’atto con cui il terapeuta condivide volontariamente informazioni personali con il paziente. Non si tratta di una semplice confidenza, né tantomeno di uno sfogo: è un intervento clinico a tutti gli effetti, che può avere effetti profondi sul processo terapeutico se usato con consapevolezza — e conseguenze controproducenti se agito in modo impulsivo o narcisistico.
Negli ultimi decenni, questo tema ha suscitato un acceso dibattito teorico. Se gli approcci più classici, in particolare quello psicoanalitico ortodosso, hanno storicamente privilegiato la neutralità e l’astinenza del terapeuta, i modelli contemporanei — relazionali, umanistici e costruttivisti — hanno progressivamente rivalutato il ruolo della soggettività del clinico come strumento di lavoro. In questo contesto, la self-disclosure non è più vista come una “caduta di setting”, ma come una possibile leva terapeutica.
Che cos’è davvero la self-disclosure (e che cosa non è)
È importante chiarire subito un punto: non ogni rivelazione personale del terapeuta è self-disclosure clinicamente utile. Raccontare dettagli della propria vita privata senza una chiara intenzionalità terapeutica rischia di spostare il focus dalla sofferenza del paziente ai bisogni del professionista.
La self-disclosure, per essere tale, deve rispettare almeno tre criteri fondamentali:
Intenzionalità clinica: la condivisione deve essere funzionale agli obiettivi terapeutici del paziente.
Continenza: l’informazione condivisa è limitata, pertinente e proporzionata.
Responsabilità: il terapeuta resta responsabile dell’effetto che la rivelazione può avere sul paziente e sulla relazione.
In altre parole, non si tratta di “raccontarsi”, ma di usare un frammento di sé come strumento relazionale.
Perché può essere utile la self-disclosure
Quando utilizzata in modo accurato, la self-disclosure può avere diversi effetti positivi:
Umanizzare il terapeuta, riducendo vissuti di idealizzazione o distanza eccessiva.
Normalizzare l’esperienza emotiva del paziente, soprattutto in presenza di vergogna o auto-critica intensa.
Rafforzare l’alleanza terapeutica, trasmettendo autenticità e presenza.
Favorire il rischio emotivo del paziente, che può sentirsi più legittimato ad aprirsi.
Tuttavia, questi effetti non sono automatici. Dipendono dal momento, dal tipo di paziente, dalla fase della terapia e dalla qualità della relazione.
I rischi da non sottovalutare
Questa esposizione, però, non è priva di rischi. Può:
Confondere i confini se il paziente inizia a sentirsi responsabile del benessere del terapeuta.
Alimentare dinamiche di dipendenza o compiacimento.
Spostare l’attenzione dalla narrazione del paziente a quella del clinico.
Essere usata inconsciamente per regolare l’ansia o il bisogno di validazione del terapeuta.
Per questo motivo, ogni self-disclosure dovrebbe essere seguita da una domanda implicita (o esplicita): che effetto ha avuto sul paziente? Tornare sempre all’esperienza dell’altro è ciò che distingue un intervento clinico da una semplice confidenza.
Conclusioni
La self-disclosure non è né buona né cattiva in sé. È uno strumento potente, e come tale richiede competenza, riflessività e una solida etica professionale. Usata con parsimonia e intenzionalità, può favorire autenticità, contatto e cambiamento. Usata senza consapevolezza, rischia di diventare un atto autoreferenziale.
In fondo, la domanda guida non è “Posso raccontare qualcosa di me?”, ma “A chi serve, in questo momento, ciò che sto per dire?”. Quando la risposta è davvero “al paziente”, la self-disclosure può trasformarsi da semplice parola a esperienza terapeutica viva.
