Effetto Flynn: perché il QI è cresciuto e ora decresce - Psicologo Prato Iglis Innocenti

Effetto Flynn: perché il QI è cresciuto e ora decresce

Tabella dei Contenuti

Per gran parte del Novecento gli psicologi hanno osservato un fenomeno sorprendente: a parità di test, le nuove generazioni tendevano a ottenere punteggi di QI più alti rispetto alle precedenti. Questo incremento “secolare” dei punteggi è noto come effetto Flynn, dal nome dello studioso James R. Flynn che lo documentò in modo sistematico. Un punto importante, spesso frainteso, è che l’effetto Flynn riguarda l’andamento medio dei punteggi nei test standardizzati nel tempo, non l’“intelligenza” di ogni singola persona né una misura immutabile del valore individuale.

Negli ultimi decenni, però, alcuni Paesi hanno riportato un rallentamento o addirittura una inversione: i punteggi medi non crescono più e in alcuni campioni calano. Questo fenomeno viene chiamato “effetto Flynn invertito” (o “negative/reverse Flynn effect”) e ha riacceso un dibattito scientifico molto vivo: che cosa stanno misurando, davvero, i test quando cambiano così rapidamente nel giro di una o due generazioni?

Che cos’è l’effetto Flynn (e quanto è grande)?

In termini semplici, l’effetto Flynn indica che i punteggi ai test di intelligenza, a parità di età e strumento, tendono a salire nel tempo. Una meta-analisi ampia su centinaia di studi ha stimato una crescita media nell’ordine di circa 2–3 punti di QI per decennio (con variazioni per test, campioni e contesti).

Questa crescita ha un’implicazione pratica cruciale: i test di QI sono tarati (normati) su un campione rappresentativo in un certo anno. Se la popolazione cambia performance nel tempo, anche le norme diventano “obsolete”. Per questo, nella pratica clinica e nella psicodiagnosi, è essenziale usare versioni aggiornate e interpretare i risultati tenendo conto dell’epoca di standardizzazione.

Perché è successo? Le ipotesi più accreditate

Non esiste una causa unica universalmente accettata. La letteratura ha proposto più meccanismi, spesso ambientali e cumulativi, tra cui:

  • Istruzione più lunga e più diffusa, con maggiore familiarità con compiti astratti e simbolici.

  • Miglioramenti nutrizionali e sanitari, soprattutto nelle prime fasi di vita.

  • Ambienti cognitivamente più stimolanti (lavoro, tecnologie, complessità della vita quotidiana), che “allenano” certe abilità richieste dai test.

  • Riduzione di stress biologici (ad esempio carico di malattie) che, a livello di popolazione, può influenzare lo sviluppo

  • Riduzione di stress biologici (ad esempio carico di malattie) che, a livello di popolazione, può influenzare lo sviluppo neurocognitivo.

Una chiave interpretativa utile in psicologia è che molti di questi fattori agiscono come “moltiplicatori sociali”: piccoli vantaggi ambientali, distribuiti su larga scala e ripetuti per anni, possono produrre differenze misurabili nei punteggi medi.

L’effetto Flynn invertito: cosa mostrano i dati

1) Lo studio di Edward Dutton e Richard Lynn (2013) in Finlandia

Un contributo spesso citato sul “calo” viene da un lavoro del 2013 su dati di coscritti militari finlandesi. Gli autori riportano medie annue su circa 25.000 maschi 18–20enni e descrivono due fasi:

  • 1988–1997: incremento medio di circa 4 punti QI per decennio

  • 1997–2009: declino in tre prove (Shapes, Number, Words) di circa 2 punti QI per decennio

Al di là dei dettagli tecnici, il messaggio è chiaro: in quel contesto e in quel periodo, la traiettoria non è più crescente ma si piega verso il basso.

2) Lo studio di Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg (2018) in Norvegia

Nel 2018, un articolo molto influente pubblicato su PNAS ha analizzato dati di coscrizione norvegesi su molte coorti (nati 1962–1991) e ha affrontato una domanda decisiva: il declino potrebbe dipendere da cambiamenti “genetici” nella popolazione o dalla composizione delle famiglie (es. chi fa più figli)?

Gli autori mostrano che aumento, punto di svolta e declino possono essere “ricostruiti” guardando alle differenze tra fratelli (analisi within-family), cioè controllando tutto ciò che i fratelli condividono (genetica media familiare, molte caratteristiche socioeconomiche stabili, ecc.). Questa evidenza sostiene che sia l’aumento sia la successiva diminuzione siano spiegabili soprattutto da fattori ambientali che operano all’interno delle famiglie, e non (almeno come spiegazione principale) da ipotesi puramente composizionali come la “dysgenic fertility” o la sola immigrazione.

In altre parole: anche quando i punteggi scendono, la dinamica sembra più coerente con un cambiamento dell’ambiente cognitivo e educativo che con un cambiamento rapido della “dotazione genetica” della popolazione.

Evidenze recenti sull’effetto Flynn: un quadro più sfumato (non tutto scende)

Negli anni successivi, la ricerca ha rafforzato l’idea che non esista un unico trend mondiale e che alcuni domini possano muoversi in direzioni diverse. Ad esempio, in un grande campione online di adulti negli Stati Uniti (2006–2018), si osservano segnali compatibili con un reverse Flynn effect in alcune abilità (ragionamento su matrici, serie di lettere/numeri), mentre la rotazione tridimensionale mostra un andamento opposto (in crescita).

In più, lavori recenti mettono in guardia su un punto metodologico importante: quando confrontiamo punteggi nel tempo, dobbiamo assicurarci che il test misuri “la stessa cosa nello stesso modo” (tema della invarianza di misura). Un’analisi su dati norvegesi ha suggerito che parte del declino osservato potrebbe riflettere cali più marcati in abilità specifiche (es. comprensione verbale e ragionamento numerico) e invita a cautela nel dedurre automaticamente variazioni del “fattore generale” (g) da trend grezzi di punteggio.

Che cosa potrebbe spiegare l’inversione: l’effettto Flynn inverso

Le ipotesi discusse in letteratura includono (senza consenso definitivo):

  • Cambiamenti nella qualità/quantità dell’istruzione e nelle pratiche didattiche (cosa si esercita davvero a scuola).

  • Trasformazioni delle abitudini culturali (lettura, linguaggio, attenzione sostenuta, modalità di studio).

  • Fattori tecnologici e ambienti digitali, che possono potenziare alcune abilità (visuo-spaziali) e indebolirne altre (es. attenzione prolungata o lessico, a seconda dei contesti).

  • Saturazione dei guadagni: dopo decenni di miglioramenti, alcuni vantaggi ambientali potrebbero avere “resa decrescente”.

  • Aspetti composizionali (demografia, migrazioni, fertilità differenziale) sono spesso evocati, ma le analisi within-family rendono prudente considerarli come spiegazioni uniche o principali.

Implicazioni per psicologia e psicoterapia: perché parlarne in clinica?

  1. Interpretazione dei test
    Se i punteggi medi cambiano nel tempo, la valutazione psicometrica richiede attenzione alle norme e al contesto. Con un effetto Flynn “classico”, l’uso di norme vecchie tende a sovrastimare il QI; con un trend invertito, può accadere il contrario (norme datate possono risultare più “severe” rispetto alla popolazione attuale). La lezione pratica resta: usare strumenti aggiornati e leggere il dato come un indicatore, non come un’etichetta identitaria.

  2. Psicoeducazione e stigma
    Parlare di QI può attivare vergogna, confronto sociale e credenze rigide (“sono fatto così”). L’effetto Flynn, e ancor più la sua inversione, ricordano che le prestazioni cognitive sono in parte plastiche e sensibili all’ambiente: sonno, stress, salute mentale, qualità dello studio/lavoro e stimolazione cognitiva incidono sulle performance testistiche, e spesso anche sul funzionamento quotidiano.

  3. Promozione di ambienti cognitivamente sani
    Se una parte del fenomeno è ambientale, allora politiche educative, prevenzione, supporto alle famiglie e riduzione delle disuguaglianze possono avere effetti non solo sul benessere psicologico ma anche sulle competenze cognitive misurate su larga scala.