I bravi non si arrabbiano...o no?! Psicologia della rabbia - Psicologo Prato Iglis Innocenti

I bravi non si arrabbiano…o no?! Psicologia della rabbia

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Quando un’emozione vietata trova altre strade per emergere

La rabbia è come l’acqua: trova sempre piccole crepe per fluire.

Marta era arrivata da me per le emicranie. Quattro o cinque a settimana, da quasi un anno. Aveva fatto la TAC, la risonanza, gli esami del sangue, con risultati negativi. Pertanto: tutto a posto! Il neurologo le aveva detto che era “una cosa da nervi” e l’aveva mandata da me.

Il nome è di fantasia, come sempre quando in queste pagine racconto qualcosa che nasce dal mio studio. Ma il pattern che Marta portava (un sintomo fisico tenace, in apparenza scollegato dalla vita affettiva, che si era stancato di farsi spiegare dalla medicina) è uno dei più frequenti che incontro.

Per i primi due mesi parlammo di lei. Della scuola, dei colleghi, dei figli, del marito, della famiglia, del lavoro. Tutto sembrava tranquillo. E forse era proprio questo che non tornava. Emergeva una sorta di “tovaglia pulita” come la chiamo io. In pratica: se si mangia (e bene!), la tovaglia si deve sporcare. Se rimane intonsa, allora non si è mangiato, oppure … siamo stati molto attenti a non fare macchie!

Fuor di metafora, Marta era una donna gentile, premurosa, riflessiva, sensibile agli altri. Era una di quelle persone che gli amici descrivono come “un punto fermo”, e che alle riunioni di condominio si offrono volontarie per le incombenze che nessuno vuole (come mi raccontò di aver fatto più volte, anche qunado ci fu la necessità di ripulire la zona dei cassonetti).

Poi, durante una seduta, proferì una frase che in me risuonò come una folgorazione: “Io non mi arrabbio mai”. Lo disse con un sorriso che potremmo definire “scusante”, come se mi stesse confessando una virtù. O magari un difetto, in effetti non si capiva.

La rabbia non è la violenza

C’è una confusione molto diffusa tra rabbia e violenza. La cultura in cui siamo cresciuti, soprattutto chi è cresciuto in famiglie dove le emozioni «forti» venivano scoraggiate, tende a fondere le due cose in un’unica entità minacciosa, e a trattarle insieme come qualcosa di cui vergognarsi.

La rabbia, in altre parole, diventa un’emozione cattiva.

Va comunicata. E anche gestita.

Le neuroscienze affettive raccontano un’altra storia. La rabbia è una delle emozioni di base, quelle che condividiamo con i mammiferi, che hanno un correlato neurobiologico identificabile (il sistema RAGE descritto da Jaak Panksepp) e una funzione adattiva precisa. Non serve a fare male, bensì serve a tenere il proprio posto. Segnala che un confine è stato violato, oppure che un bisogno calpestato.

In altre parole, è un sistema di allarme che segnala che un nostro bisogno non è stato gratificato. Un bisogno che potrebbe coincidere anche con la nostra dignità.

La violenza, invece, è soltanto una delle traduzioni comportamentali possibili della rabbia. Si può sentire rabbia e parlare. Si può sentire rabbia e mettere un limite. Si può sentire rabbia e modificare, con calma, un equilibrio relazionale che non funzionava più. La violenza nasce, semmai, dove la rabbia non ha trovato voce per troppo tempo — e a un certo punto rompe gli argini in modo distorto.

Avete presente il tappo dello spumante? Se agitate troppo la bottiglia e togliete il tappo improvvisamente, il contenuto uscirà sotto forma di schiuma. Perchè? Perché è stato agitato troppo tempo ed è stato tolto il tappo troppo frettolosamente. Questo è un po’ come succede con la rabbia: quando è “agitata” per troppo tempo, e poi, solo alla fine, “si toglie il tappo”, il contenuto emotivo diventa qualcos’altro, diventando aggressività.

La rabbia repressa: auando un’emozione viene esiliata

Se per ragioni familiari, culturali o di temperamento dei genitori, un bambino apprendesse che la rabbia è inammissibile, non smetterebbe di sentirla. Non è possibile smettere di sentire un’emozione di base: si può soltanto smettere di riconoscerla, di darle un nome e di concederle una via d’uscita. L’energia, però, resta. E come ogni energia che non trova canali, ne cerca altri.

Le strade che la rabbia inespressa percorre per emergere sono molte. Ad esempio, la somatizzazione: in questo caso, il corpo porta in superficie ciò che la mente ha vietato di pensare con emicranie, certi disturbi gastrointestinali, contratture muscolari ricorrenti possono essere, per alcune persone, la voce che non si è mai permesso di alzare. Un’altra strada è il ripiegamento depressivo: una rabbia che non può uscire si volge contro il soggetto stesso e diventa autocritica, svalutazione, ruminazione. Si finisce per essere arrabbiati con sé al posto di esserlo con chi ha davvero leso il proprio territorio. Anche una parte dell’ansia che incontro nello studio è la firma di una rabbia tenuta sotto pressione: il sistema nervoso è attivato come se ci fosse una minaccia, ma non ci si dà il permesso di nominare la minaccia, né tantomeno di rispondervi.

La porta che non si sbatte più

Con Marta ci volle quasi un anno per arrivarci. Non perché fosse particolarmente difensiva, dato che “in superficie” collaborava sempre, ma perché aveva costruito, nei decenni, un sistema così ben oliato di gentilezza che era diventato la sua identità. Toccare la rabbia significava, per lei, mettere in dubbio l’idea stessa di chi era.

In una seduta di marzo raccontò un episodio dell’infanzia. A otto anni, durante un litigio con il fratello maggiore, aveva alzato la voce e sbattuto la porta della cucina. Sua madre (descritta come una donna severa, provata da una vita più dura del previsto) l’aveva guardata con quello sguardo silenzioso che le bambine gentili imparano a riconoscere prima delle parole. Poi disse: “Le brave bambine non fanno così”. Non era un vero e proprio rimprovero, forse più una constatazione. Marta non sbatté più una porta in vita sua, e anzi: ogni volta che sentiva sbattere, le veniva in mente spesso quella scena.

Le emicranie cominciarono pochi anni dopo.

Restituire un’emozione, restituire la rabbia

Il lavoro terapeutico, in questi casi, non è un’operazione di permesso. È un’operazione di restituzione. Si restituisce alla persona un’emozione che le era stata sottratta in tenera età e che, da allora, era diventata clandestina. La si nomina, dandole un’etichetta riconoscibile. Le si dà un posto nel lessico interiore, di modo da renderla accessibile e pulita Si scopre, sorprendendosi, che dirla non equivale a esplodere, ma anzi, il più delle volte la fa diminuire.

Le emicranie di Marta non sono scomparse di colpo, sono diminuite, lentamente, mentre lei imparava a dire cose che prima trasformava in dolore.

L’ultima volta che ne abbiamo parlato, mi raccontò di aver detto a un collega che quel sabato non poteva sostituirlo. Una frase semplice. Nessuna voce alzata. Per Marta era stata una rivoluzione.

Quel weekend non ebbe emicrania.